L’ideologia nazional-popolare tedesca e le origini del razzismo moderno

fidusNella cronaca quotidiana si fa un gran parlare di razzismo e di fascismo per stigmatizzare la deriva del sentimento di un vasto segmento popolare.

Ma è veramente così? È davvero possibile avanzare analogie tra la pulsione razziale di quei popoli che vissero le dittature nazifasciste con le attuali prese di posizione di una vasta parte della cittadinanza nazionale?

Credo che sia davvero difficile avere le idee chiare in merito, nemmeno chi viene accusato sa difendersi con efficacia, la discussione rimane sempre su un piano superficiale, si procede per accuse e difese di maniera.

Allora non rimane che inabissarsi tra le pieghe della storia e andare in cerca delle tracce di quelle dinamiche che spinsero nella prima metà del novecento un popolo in particolare, quello tedesco, verso il razzismo per capire se ci possano essere analogie, se davvero ora il terreno sia fertile alla stessa maniera e, quindi, se ora come allora esistano veramente presupposti simili di condizionamento delle masse popolari.

È una ricerca complessa che dovrebbe muoversi su più piani, da quello economico a quello politico a quello culturale dal momento in cui le scelte di un popolo sono la risultanza inscindibile di questi tre aspetti ma, in verità, credo che i primi due, che sono poi i più conosciuti, abbiano fatto da terreno fertile per il radicamento culturale in Germania delle istanze razziste intese propriamente come pensiero dominante immanente a tutta la società del tempo: mentre le condizioni economico politiche cambiavano decennio dopo decennio la matrice culturale rimaneva coerente, cresceva in potenza e diffusione, consolidandosi anno dopo anno fino a diventare azione politica concreta con l’arrivo di Hitler, come in un big bang sociale che nell’arco di pochi anni andò a sprigionare tutta la potenza distruttiva accumulata per quasi un secolo. Hitler non ne fu causa ma, a sua volta, fu un consapevole catalizzatore della convinzione di un popolo intero formatasi ben prima degli anni ’30 del novecento e che si sviluppò durante un lunghissimo processo di sedimentazione culturale.

Quindi degli accadimenti politico economici della Germania basti sottolineare che costituirono il terreno essenziale su cui andarono a radicarsi le scelte culturali di un intero popolo: le prime rivolte tedesche del 1848, l’unificazione avvenuta attorno agli anni 70 dello stesso secolo ma frustrata nei contenuti, la rivoluzione industriale che portò a un cambiamento radicale nelle abitudini di tutti, lo stravolgimento delle classi sociali con le relative tensioni, la rivoluzione comunista nella vicina Russia, la prima guerra mondiale perduta e la conseguente crisi economica peggiorata dal crollo di Wall Street del ’29 che fu particolarmente disastrosa per la nazione tedesca, le umiliazioni subite dai francesi, la repubblica di Weimar in balia dell’anarchia e del disordine.

E nulla dirò del razzismo fascista italiano: per quanto reale fu un prodotto mutuato dalla Germania hitleriana della seconda metà degli anni ’30.

Il perno rimane la Germania moderna quindi l’attenzione non può che convergere sulle sue origini culturali, sin dalla metà dell”800, perchè fu allora e non negli anni ’20-’30 del ‘900 che tutto ebbe origine.

Tutto gira attorno alle rivolte del 1848 che infiammarono l’intera Europa, Italia compresa con la differenza che in Germania, in seguito al loro fallimento, andarono a prendere corpo le istanze dell’ideologia nazional-popolare che poi costituirono inscindibilmente la base del razzismo azionista nazionalsocialista, 80 anni dopo.

È difficile nel volgere di poche righe dar la misura di quanto fosse ampia l’ideologia nazional-popolare in quel paese: coinvolgeva tutte le classi sociali ad esclusione di quella proletaria operaia la quale ne rimase quasi totalmente estranea. Tutte le altre, dalla borghesia di qualsiasi livello alla classe contadina, a quella dirigente, agli industriali, alla nobiltà ma anche al clero protestante in un modo o nell’altro ne rimasero impigliate sin da subito.

Il nucleo culturale delle istanze nazional-popolari tedesche affondava letteralmente le radici nel suolo, nella terra, nella natura, nelle tradizioni antiche che tutte assieme costituivano parte necessaria del Volk, il popolo, il sangue e la terra erano il presupposto insostituibile per giungere a un assoluto universale collettivo che portava al Geist, l’aspirazione dell’anima dei singoli individui alla fusione in un tutt’uno che andava a costituirsi in un unico popolo, quello germanico, quello ariano.

Il successo dell’ideologia nazional-popolare fu enorme ed ebbe conseguenze enormi: solo il popolo eletto con lo stesso sangue e abitante di quelle terre, quello che si rifaceva alle tradizioni nordiche e alla società perfetta medioevale dove tutto si volgeva secondo un ordine sociale preciso, ai miti della tradizione letteraria e favolistica nordica, alle ritualità antiche come la celebrazione del solstizio d’estate aveva diritto all’unità spirituale della comunità.

Le conseguenze furono inimmaginabili: il razionalismo illuminista venne piegato alle nuove istanze mistiche, la stessa scienza ne venne subordinata con effetti anche ridicoli e spesso pericolosissimi come il darwinismo sociale: la vita era una lotta all’ultimo sangue, non solo per gli animali ma anche per l’uomo e solo l’uomo dal sangue puro avrebbe prevalso. In essa era già connaturato il germe del razzismo.

L’ideologia nazional-popolare prese tutte le molteplici forme che si possono immaginare in una società moderna: a partire dalla cultura “alta” che fu oscenamente distorta così come accadde alle teorie filosofiche di Kant e Nietzsche che furono piegate alla nuova ideologia, ai molteplici intellettuali e artisti, una lista così lunga da lasciare basiti compreso, purtroppo, Wagner e la sua famiglia che ebbe non secondaria importanza nell’affermazione dell’antisemitismo.

I sostenitori delle teorie nazional-popolare si fecero promotori di innumerevoli movimenti culturali che attraversarono tutto il secolo come il Neoromanticismo, come l’arte figurativa di pittori come Fidus che si prefiggeva di rendere visibile l’invisibile, di dare forma agli elementi spirituali nazionali che componevano l’uomo: il suo quadro più famoso rappresenta un giovane ariano su una rupe nella posizione di chi sta per spiccare il volo con un enorme sole che lo illumina di spalle facendo trasparire la potenza dell’uomo eletto che entra in contatto con il cosmo e ne trae forza per dominarlo.

Ad ogni modo la maggior parte di tutto questo andò perduto e venne spazzato via con la fine della seconda guerra mondiale e sebbene ai nostri occhi appaia paradossale, quasi patetico, quello che a noi sembra quello che, in effetti, fu e cioè una subcultura, una paccottiglia di elementi mistici mescolata con la scienza in cui anche la stessa arte alta subiva distorsioni e condizionamenti, per quasi un secolo questa non solo fu popolarissima in Germania ma plasmò le anime di vasti segmenti del popolo per generazioni.

L’ideologia nazional-popolare sin dalla seconda metà dell’ottocento uscì dai ranghi dell’utopia degli intellettuali per prendere corpo nella società civile che si ritrovò coinvolta in organizzazioni di massa come il Movimento Giovanile che radunava in attività comuni centinaia di migliaia di ragazzi delle scuole elementari e medie, o dei Bund e degli Orden, le Leghe e gli Ordini, che riunivano i giovani ma anche gli insegnanti di ogni ordine e grado in un percorso di accettazione delle idee patriottiche, o dei sindacati dei lavoratori o degli ex combattenti con la loro massa sterminata di aderenti, o la pubblicazione a getto continuo di libri dall’enorme tiratura e centinaia di stampati editoriali, di quotidiani che contribuirono a diffondere con milioni di copie vendute, per mesi, per anni, le teorie nazional-popolari, pubblicazioni ora sparite nell’oblio della memoria per impresentabilità ai nostri occhi di uomini contemporanei e per finire con i partiti politici conservatori che la sostennero e la alimentarono nella battaglia politica dandole, in un modo solo meno edulcorato, legittimazione sociale.

Ed, infine, elemento inscindibile all’ideologia nazional-popolare fu da subito il razzismo nella sua particolare versione dell’antisemitismo diventandone una caratteristica endemica. Gli ebrei furono considerati estranei al Volk: guidati da una “teoria spirituale” impermeabile alle contaminazioni non solo non potevano essere considerati assimilabili ma divennero l’avversario, e poi il nemico da contrastare e, infine, da eliminare.

Sin dalla seconda metà dell’ottocento le associazioni patriottiche discussero sul come approcciarsi al problema ebraico con teorie non sempre coerenti: a momenti di parziale accoglienza, quanto meno degli ebrei battezzati, si registravano periodi di rifiuto assoluto di tutti, anche dei convertiti. Si oscillava da posizioni che ne tolleravano l’esistenza sebbene tenuti sotto controllo fino a quelle che auspicavano la loro espulsione dalla comunità degli ariani, dalla Germania e, per alcune correnti minoritarie di fine ottocento, addirittura la loro eliminazione fisica. Ad ogni modo gli studenti ebrei furono costantemente emarginati, spesso espulsi con escamotage amministrativi da quelle stesse organizzazioni studentesche che avevano un peso fondamentale nel processo di aggregazione patriottica. Quindi deve rimanere chiaro che il razzismo, nella chiave particolare dell’antisemitismo, non fu esclusiva del nazionalsocialsimo hitleriano ma procedette di pari passo con l’affermazione dell’ideologia nazional-popolare a partire dalla metà dell’800 e crebbe in modo coerente supportata da un intero popolo fino all’arrivo agli anni ’20.

Un esempio per tutti, gli ebrei non battezzati fino al 1918 non poterono aspirare alla carriera di ufficiale dell’esercito nè diventare professore universitario dal momento che ne erano esclusi per legge e a quei tempi il nazionalsocialismo doveva ancora affacciarsi sulla scena nazionale.

In questo clima arrivò in corsa il decisionismo di Hitler e dei suoi sostenitori che trasformarono il nazional-patriottismo spirituale ed elitario in battaglia di strada alla ricerca del consenso di massa. Egli non fece altro che dare pratica a quanto era già stato masticato e digerito dall’intera società tedesca nel corso di almeno 80 anni. Deviò la rivoluzione mistica nazional-patriottica in rivoluzione antiebraica lasciando cadere le istanze più eversive per la società borghese. Del resto l’ideologia nazional-popolare aveva già provveduto a spersonalizzare, a trasformare in stereotipo l’ebreo: la strada della disumanizzazione era già stata ampiamente spianata e non ci sarebbe voluto molto per trasformarlo in una cifra incapace di destare solidarietà umana o pietà. Hitler fece compiere questo passo a un intero popolo già pronto: non fu la causa della strage, lui ne fu l’effetto finale. Non ne diminuisce la responsabilità semmai la allarga a tutto la società tedesca, ad onore di verità. Verità finita in un cono d’ombra nel dopoguerra: non si poteva tenere sul banco degli imputati un intero popolo e la subcultura nazional-popolare così come aveva dominato a lungo i popoli tedeschi così sparì d’incanto ingoiata dall’oblio della memoria.

Aggiungo che in questo modo si pone nella giusta luce anche la presunta forza di Hitler: non fu un superuomo ma un uomo dotato di grande intuito politico, totalmente privo di etica con il dono di possedere una grande abilità oratoria, ebbe una capacità decisionista al limite dell’irragionevole, la stessa irragionevolezza che quindici anni dopo la salita al potere lo porterà alla disfatta totale. Fu l’uomo giusto al posto giusto e i suoi enormi limiti culturali si dimostrarono un punto di forza: la sua formazione fu fatta su questo tipo di substrato pseudoculturale, egli fu l’ultimo prodotto della sua epoca e di quella precedente. Subcultura che a distanza di un secolo e mezzo possiamo dire di consistere in una paccottiglia ideologica tanto raffazzonata quanto pericolosa, comunque un prodotto consistente e tangibile del suo tempo.

In coda a queste riflessioni, tornando daccapo, mi chiedo dove stia nella società contemporanea questo background culturale, questa incessante sovrapposizione di contenuti sulle coscienze di un intero popolo per decenni. Mi verrebbe da dire che proprio non esistono più dinamiche culturali collettive, di nessun tipo, e di conseguenza il continuo richiamo al razzismo fascista non è altro che una distorsione strumentale che viene perpetrata nel confronto politico, un elemento di propaganda ai danni della collettività con l’obiettivo di rovesciarle addosso una responsabilità che non può avere perchè, semplicemente, alle spalle ha il vuoto dei contenuti. E spero che non ci si azzardi a fare parallelismi con la superficiale macchina propagandistica di un ministro a colpi di selfie.

L’unico pericolo di razzismo è quello che può ancora covare sotto la cenere della subcultura nazionalpatriottica, l’unico razzismo possibile rimane ancora e sempre quello rivolto contro gli ebrei alimentato dalle migrazioni musulmane e dalla congiunzione sul punto tra l’estrema destra che ad essa si è sempre ispirata con la sinistra, tutta la sinistra che è da sempre antisemita e filo islamica.

Gli altri tipi di razzismo sono inconsistenti e, per assurdo, se dovessi ravvisare un pericolo questo consiste nel fatto che la reiterazione dell’accusa di razzismo viene a creare una sorta di accettazione per esasperazione dell’etichetta infamante da parte di chi la subisce in una sorta di condizionamento della realtà in seguito alla ripetizione di una bugia collettiva figlia di una semplificazione funzionale ma nondimeno pericolosissima.

Quindi, non è che, paradossalmente, è proprio chi abusa delle accuse di razzismo a farsi responsabile del deragliamento della civiltà del confronto insinuando i germi del male?

Così come dicono che accada nello spiritismo in cui i demoni accorrono sempre se chiamati a gran voce.

Margarete Buber-Neumann, Il gulag staliniano, il lager nazista e il negazionismo degli intellettuali organici alla sinistra

Margarete Buber Neumann

C’è una storia che sembra scritta per il teatro dell’assurdo in cui la realtà supera ogni più fervida immaginazione, una storia purtroppo drammaticamente vera attraversata dalla tragedia di due dittature. È quella della giornalista e scrittrice tedesca Margarete Buber Neumann.

Sin dalla giovane età Margarete fu convinta sostenitrice del partito comunista tedesco e la sua adesione fu così fervida da far naufragare il matrimonio con il suo primo marito per poi divenire moglie, in seconde nozze, di Heinz Neumann, parlamentare del Reichstag ed esponente di spicco del partito comunista tedesco.

Con la presa del potere da parte dei nazisti nel 1933 entrambi fuggirono prima in Svizzera e in Spagna per poi approdare nel 1935 a Mosca alloggiati all’Hotel Lux, il famigerato hotel affacciato sulla Neva in cui venivano ospitati tutti i dirigenti comunisti in fuga dall’Europa nazifascista ma che contemporaneamente permetteva al dittatore sovietico di tenerne costantemente sotto controllo i movimenti trasformandoli in veri e propri ostaggi di fatto. Il marito ricopriva la carica di membro del Politburo moscovita in qualità di dirigente dei partito comunista tedesco ed era anche uno dei consiglieri più ascoltati di Stalin in persona.

Fino al 1937 quando Heinz cominciò a contestare la scelta del dittatore di scendere a patti con Hitler, presa di posizione che gli costò l’arresto il 27 Aprile di quello stesso anno. Lui, uno dei capi comunisti tedeschi più importanti sfuggito miracolosamente ai nazisti, fu arrestato di notte nella sua residenza moscovita per poi sparire per sempre probabilmente ucciso e poi cremato nei sotterranei della Lubianka, la sede dell’Nkvd, la polizia segreta sovietica guidata da Berija per conto di Stalin. Di lui da allora non se ne seppe più nulla.

Margarete, invece, resistette alle pressioni dei bolscevici per qualche mese allorquando nel 1938, come moglie di un elemento considerato socialmente pericoloso ed ella stessa bollata per questo come deviazionista fu condannata a 10 anni di lavori forzati, prelevata e spedita immediatamente nell’arcipelago concentrazionario del Kazakistan, i terribili gulag della Kolyma.

ll suo libro autobiografico scritto nel 1949 fa percepire l’abisso in cui senza colpa alcuna, ella stessa comunista convinta, venne precipitata. Chi conosce le dinamiche dell’universo concentrazionario sovietico sa bene che per un prigioniero l’accesso alla cosa che più contava era la miserabile zuppa giornaliera che però veniva concessa al raggiungimento di precise quote lavorative legate al lavoro nei campi in primavera ed estate o ai lavori manuali di artigianato. Solo che i gulag erano caratterizzati dalla più sconfortante anarchia: per lo più privi di attrezzi di lavoro, di strumenti, di scarpe ed indumenti idonei, di medicine, di coperte, mancavano i letti, le baracche erano spesso permeabili alle intemperie, capitava che mancassero persino i recinti spinati: le sterminate pianure, quasi sempre innevate li rendevano superflui. L’organizzazione maniacale e distruttiva del sistema concentrazionario dei lager tedeschi è ciò che più stava lontano dall’anarchia mortale di quello sovietico. Niente era sicuro: a partire dal cibo a finire dal giaciglio su cui dormire e difatti Margarete per un lungo inverno ebbe come letto una porta buttata sul fango che divise con la sua compagna di prigionia. Entrambe dormivano sulla stessa porta e ogni notte si alternavano il lato con la maniglia affinchè l’altra potesse dormire un po’ meglio.

Un giorno del Gennaio del 1940, a neanche due anni dall’inizio della detenzione, le guardie inaspettatamente la prelevarono, le permisero di lavarsi con acqua calda, la sfamarono, le tagliarono i capelli e le diedero abiti civili decenti. Si fece l’idea di essere in procinto di venire liberata ma dopo un lunghissimo viaggio in treno scoprì amaramente di essere stata consegnata direttamente nelle mani delle SS naziste: in seguito al vergognoso patto Ribbentrop-Molotov dell’Agosto del 1939 Stalin acconsentì di buon grado alla richiesta di Hitler di farsi consegnare più di 3000 ebrei e numerosi dirigenti comunisti tedeschi tra cui Margarete. La Buber Neumann fu testimone oculare del momento in cui, su quel treno e al confine con la Polonia, passò dalle mani degli ufficiali della polizia politica russa a quelle delle SS e ricorda il sarcasmo dell’ufficiale che la prese in consegna che ridendo le chiese se si era trovata bene durante il soggiorno nella terra degli amici sovietici e che non le avrebbero fatto mancare nulla di meno. Nel momento del trasferimento ricorda con amarezza il clima di cordialità che si era stabilito tra i russi e i nazisti sentendosi profondamente tradita, percependo l’inutilità del sacrificio di suo marito.

Fu immediatamente trasferita nel lager di Ravensbruck ove visse fino alla liberazione il 21 Aprile 1945 diventando una delle personalità politiche occidentali non solo con una delle più lunghe esperienze carcerarie, ben 7 anni, ma soprattutto con il “privilegio” di aver potuto provare entrambi i sistemi concentrazionari. Durante la detenzione a Ravensbruck divenne intima di Milena Jesenska, scrittrice e giornalista legata da un amore intenso con Franz Kafka e che, a differenza di lei, pagò con la vita la sua opposizione al regime morendo nel lager il 17 Maggio 1944.

Nel suo libro, Prigioniera di Stalin ed Hitler, ripensando ai due sistemi carcerari scrisse che l’esperienza del gulag sovietico le permise di sopravvivere alla lunga detenzione del lager tedesco: ricorda, ad esempio, che quando arrivò a Ravensbruck la sola vista delle aiuole ostinatamente e assurdamente ordinate in ossequio alla mentalità organizzativa maniacale tedesca la aiutò ad avere, anche solo psicologicamente, un’idea di ordine che le permise grandemente di sopravvivere mentre la totale disorganizzazione anarchica dei gulag sovietici era di per se stessa la premessa della morte immanente. Al contrario, i gulag sovietici erano per lo più immuni dalla crudeltà e dal sadismo individuale che si sprigionava nei campi tedeschi per mano dell’astio delle singole guardie e nondimeno ammise che il fatto di non essere ebrea fu la ragione principale della sua salvezza: nessun ebreo aveva la ragionevole speranza di sopravvivere più di sei mesi in un lager nazista.

Nel 1944 un funzionario diplomatico russo inviato a New York, Andrijovy Kravenko, chiese asilo politico e subito dopo la fine della guerra cominciò a parlare dell’universo concentrazionario dei gulag staliniani ma nel 1947 la rivista francese di sinistra, Les lettres françaises, lo accusò di dire falsità, di essere un fascista comprato dagli americani tanto da spingere l’ex diplomatico russo a portare in tribunale la rivista stessa. Ne seguì un celebre processo, ormai perduto nella notte della memoria, i cui reportage famosissimi della giornalista russa, anch’essa in esilio, Nina Berberova ne diedero una eco mondiale. Al processo fu chiamata a testimoniare anche Margarete Buber Neumann che per la prima volta scoperchiò la devastante realtà concentrazionaria sovietica.

Notissimi intellettuali della cultura francese, tra gli altri, Jean-Paul Sartre, Louis Aragon, Simone de Beauvoir assistettero alla deposizione di Kravenko e della Buber-Neumann e di altri detenuti scampati all’ inferno dei gulag. Vergognosamente si schierarono in gran parte contro i testimoni: lo scrittore Vercors e l’intellettuale Roger Garaudy, deputato e senatore del Partito comunista francese, cercarono di dimostrare che i gulag erano un’invenzione di Margarete e di Kravenko. Allo stesso modo la pensò il famoso scienziato Jean-Frédéric Joliot-Curie, scopritore del neutrone e Nobel per la chimica che, non a caso, due anni dopo si aggiudicherà il premio Stalin.

A dispetto della cecità degli intellettuali francesi di sinistra prevalse la verità e il tribunale diede ragione all’esule Kravcenko e furono considerate vere le testimonianze delle vittime dei gulag, tra cui quella di Margarete Buber Newmann, e la rivista francese fu condannata a risarcire i danni così da riscattare, almeno parzialmente, le sofferenze di tanti uomini e di tante donne vittime del sistema repressivo sovietico: la tenacia negazionista e le bugie in merito delle sinistre almeno non avrebbero mai più prevalso sulla memoria.

Almeno non su quello.

Balthus, un artista, un uomo irraggiungibile.

«Lui ne aveva 55, ma mi disse che ne aveva 50», confessa sorridendo. «Io non ho mai parlato con lui della nostra differenza d’ età. Mi diceva, nel tentativo di spezzare il tempo, che ho sempre 12 anni. Il tema dell’ età non è mai stato importante… Per fortuna stavo accanto a lui e ho avuto la stessa misura di tempo»
 
Queste parole sono di Setsuko Ideta, discendente di una nobile famiglia giapponese, moglie di Balthus a lui sopravvissuta e a capo della fondazione che gestisce le sue opere, i suoi luoghi di lavoro e di vita. Una donna irraggiungibile, artista a sua volta, sposa elegantissima di un uomo dotato di un carisma superiore, un artista imperaggiabile e coraggioso, indifferente alle critiche che i suoi quadri già suscitavano ai suoi tempi anticipando la volgare rissa delle femministe e femministi dei tempi moderni con il loro metoo straccione e ignorante. «Era un aristocratico della cultura».
 
Amo Balthus sopra tutti per le opere che ha prodotto, per la vita che ha avuto, per i luoghi che abitato, per come ragionava, per le cose che ha fatto, per i suoi scritti rimasti. Lo amo molto più di Picasso e anche più di Magritte che mi è pure insostituibile. Reputo un privilegio aver potuto vedere la mostra monumentale a lui dedicata nei primi anni del secolo a Palazzo Grassi a Venezia.
 
Morendo, le sue ultime parole sono state: “Il faut continuer…”, “bisogna continuare a fare…”. A novantaquattro anni. Bisogna continuare a fare. Un gigante, un esempio per tutti.
Un’intervista bellissima alla moglie attorno alla vita di un uomo superiore.
 
(«Ho cercato di dipingere i segreti dell’ anima, la tensione oscura e luminosa della loro matrice parzialmente fiorita. Potrei dire che riguarda la traversata. L’ incerto momento preoccupante in cui l’ innocenza è totale e presto cederanno il passo a un’ altra era, più sociale»)
 
http://www.dagospia.com/rubrica-31/arte/vi-racconto-mio-marito-balthus-ndash-parla-setsuko-ideta-vedova-183707.htm

“PRIMA DI TUTTO VENNERO A PRENDERE…”

“Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare”.
 
Questo è Il famoso sermone nella sua versione più nota, quello attribuito erroneamente a Bertolt Brecht (perché qualsiasi tirata retorica ha sempre bisogno di un padre nobile a cui ficcarla in bocca per dargli quella autorevolezza che altrimenti non avrebbe) e che invece fu creato nel dopoguerra da un pastore protestante tedesco perseguitato proprio dai nazisti, come monito all’umanità a non ricadere più nelle tentazioni della dittatura nazista e ora ritornato molto in auge tra le anime belle in riferimento al presunto fascismo emergente in Italia.
Il suo significato è chiaro: nessuno può sopravvivere alla repressione di una dittatura come quella nazista, nemmeno chi vi ha aderito inizialmente, perché a poco a poco tutti, inconsapevolmente, verrebbero colpiti, deportati e sterminati fino a quando non rimarrebbe più nessuno.
 
Premetto che ritengo le dittature nazifasciste imperdonabili e mai condivisibili e i loro capi per lo più dei volgari criminali assassini sconfinanti spesso nella psicopatologia grave. Non ho mai avuto alcuna nostalgia di quei regimi nemmeno ripensando ai risultati positivi che la loro azione di governo portò ai loro popoli e che pure è doveroso considerare ad onore della verità storica.
 
Nella semplificazione morale di questo tipo di filastrocche si tende a considerare per indiscutibilmente vere le postulazioni retoriche di matrice ideologica in esse contenute ed è ciò che esattamente avviene in questo caso. Di solito le si sopporta con buona pazienza se ricevute con moderazione ma siccome negli ultimi tempi questa in argomento la si sente ripetere come un mantra sottilmente ricattatorio ad ogni “finestra” pubblica a cui ci si affaccia come giustificazione del rifiuto politico della nuova (finta) destra italiana vorrei fare giusto alcune considerazioni.
 
Il punto focale del sermone è che al cospetto della dittatura nazista nessuno può sentirsi sicuro perché prima o poi finirà per subire la repressione senza nemmeno capirne il motivo.
Ora, mi dispiace dover smontare questa certezza ma non corrisponde ai fatti accaduti, per due specifici motivi:
 
Il primo è che i nazisti urlarono immediatamente al mondo chi intendevano ridurre al silenzio, lo gridarono ai quattro venti sin da subito e cioè tutti coloro che si ritrovarono nella strofetta retorica: zingari, ebrei, omosessuali, comunisti. In realtà aggiungerei alcune altre categorie trascurate dal sermone come i preti cristiani e i cattolici militanti e gli intellettuali liberali ma non è questo il punto. Il punto è che mai programma di repressione violenta fu più chiaro e sbandierato nella storia sin dai primi momenti di vita, sin dai primi discorsi degli anni ‘20, come accadde con quello del movimento nazista.
Mi spiace per il pastore che l’ha creato pensando ai propri patimenti ma tutti gli altri suoi concittadini, la stragrande maggioranza del popolo tedesco, ebbero sempre poco da temere, anzi, fino alla guerra (che cambiò tutto) ebbero solo vantaggi concreti economici, ebbero una vita migliore come non capitava da mezzo secolo. A tal punto che in Germania, ad esclusione delle categorie citate con l’aggiunta di uno sparuto gruppo di cattolici militanti compreso un unico vescovo, qualche coraggioso universitario dall’animo eletto, qualche religioso e qualche pensatore liberale, non vi fu mai una reale opposizione politica. Il Partito nazista ebbe sempre un consenso oceanico a differenza di quanto avvenne in Italia in cui invece l’opposizione fu molto più radicata nelle classi sociali e diversificata. Quindi fino alla guerra, ad esclusione di coloro che stavano nella lista iniziale, furono veramente una minoranza coloro che nel tempo sparirono dal momento che stavano tutti in piazza a ringraziare chi aveva tolto loro dalla miseria restituendo a tutta la collettività un insperato futuro di benessere anche se poi tutto questo si rivelò illusorio. Il partito nazista fece pochissime epurazioni nell’apparato statale, nella magistratura, nemmeno nell’esercito che pure rimaneva l’unico vero, temibile, silenzioso oppositore di sistema e non le fece per la semplice ragione che non ce n’era bisogno.
 
Sia ben chiaro, non nego la strage ma contesto la modalità con cui si arrivò alla strage, contesto l’uso strumentale che ora si fa della distorsione degli accadimenti per giustificare l’opposizione ai politici dei giorni nostri con un parallelismo che ha il sapore di un avvertimento ricattatorio che peraltro si fonda volutamente su presupposti errati.
 
Il secondo motivo riguarda il classico rovesciamento dell’obiettivo: mentre il mondo di sinistra indirizza questa filastrocca morale alla dittatura nazista invece è pienamente applicabile a quella parte ideologica dalla quale proviene e da cui ha ricevuto in passato anche sostanziosi aiuti di ogni tipo, anche economico, quella comunista sovietica.
 
Lenin prima e poi più massicciamente Stalin epurarono e fecero strage di ogni classe sociale, di ogni pensiero intellettuale e da ultimo il baffone non potè applicare quei metodi anche agli ebrei solo perché morì prima. Ne fecero le spese non solo i diretti oppositori politici come i zaristi, la nobiltà, le classi agiate ma anche i contadini Kulaki che da un giorno all’altro furono ammazzati di fame a milioni, gli operai socialisti, i comunisti menscevichi, quasi tutti i politici vicini al dittatore che furono gradualmente epurati assieme ai loro familiari, tutti gli ufficiali dell’esercito di cui d’improvviso, nel ’37-‘38, ne fu fatta immane strage decapitandone totalmente i quadri direttivi, i pensatori, gli intellettuali, persino gli oppositori comunisti europei e i loro familiari che scappavano dalla dittatura nazifascista e che furono ammassati all’hotel Lux affacciato sulla Neva moscovita per poi venire deportarti di notte, a poco a poco, nei gulag siberiani o ammazzati direttamente nei sotterranei della Lubianka senza alcuna spiegazione e senza alcuna plausibile ragione se non nella psicopatologia del compagno comunista Stalin.
 
La realtà è che la filastrocca retorica affibbiata ai nazisti che molto poco operarono a quella maniera e che, anzi, tendenzialmente furono sempre molto attenti all’umore del proprio popolo perché si sentirono sempre sotto pressione invece ebbe piena applicazione nella patria del socialismo sovietico, patria politica a cui si è sempre ispirata la sinistra europea, in particolare quella italiana, e da cui le anime belle dal cuore d’oro dei nostri tempi discendono. Gli stessi che ora cantano ispirati questo sermone o non sanno di come siano andate sul serio le cose indottrinati da una scuola mediocre o la usano consapevolmente ispirati da una ideologia che da sempre ha fatto della distorsione storica una verità surrogata.
 
Sarà che per indole non sopporto la retorica pur consapevole che quelli come me, solitari, indomabili liberali radicali di destra sarebbero i primi a finire dritti nei lager qualora avessero la sfortuna di incrociare nella propria vita qualsiasi genere di dittatura mentre coloro che si riempiono la bocca un giorno sì e l’altro pure con queste strofe ad effetto dall’indirizzo sbagliato in caso di rovesciamento della forma di stato cambierebbero entusiasticamente casacca nel volger di una notte passando dalla bandiera arcobaleno a quella del nuovo padrone, pur anche se di colore nerissimo, e sarebbero capaci come nulla fosse di sfilare gioiosamente per le strade delle città con lo stesso slancio dei poveri cittadini nordcoreani al cospetto del loro attuale ferocissimo compagno padrone. Non mi invento nulla, nell’Aprile – Ottobre del 1945 è già successo da noi anche se a colori invertiti.
 
Quindi, nella simpatica esasperazione del sentirmelo ormai recitare ad ogni piè sospinto ne approfitto per sfogarmi sul mio diario per finalmente scrivere quello che penso di questo sermone: nel caso migliore una collettiva, superficiale distorsione della realtà che se è giustificata in pieno per chi l’ha creata a causa dei patimenti personali subiti ciò non vale per le generazioni venute dopo di lui quanto meno per un doveroso approccio critico che dovrebbero tenere nell’analisi degli accadimenti dell’uomo, in quello peggiore una storiella buona per entusiasti sostenitori della prima ora dell’ideologia dominante ma che nell’ultima diventerebbero con assoluta certezza i peggiori voltagabbana, sempre pronti a cambiare giacca in qualsiasi era dell’umanità e a qualsiasi latitudine del pianeta dimenticandosi in fretta della facile retorica a senso unico sbandierata poco tempo prima con grave tono pensoso.

L’ARTE CONTRO: 1939-1942, PREMIO CREMONA E PREMIO BERGAMO, L’ANTAGONISMO SENZA FINE DI DUE GERARCHI DEL FASCISMO, FARINACCI E BOTTAI

 premio cremona 3 - farinacci                             premio cremona 4 - bottai
Continuano le esposizioni sull’arte durante il ventennio fascista e si continua a restituire il giusto merito ai fermenti artistici di quel periodo fortemente incoraggiati dal regime per mano di uomini illuminati come il ministro dell’educazione Giuseppe Bottai che promossero quello che è stato probabilmente l’ultimo movimento artistico italiano di portata internazionale.
Dopo le due fondamentali esposizioni di Forlì, “Novecento”, e della fondazione Prada di Milano, “Post Zang Zang Tumb Tuuum”, è appena stata inaugurata a Cremona la mostra dal titolo “Il Regime dell’Arte. Premio Cremona 1939-41” in riferimento a quel concorso pittorico d’arte fortemente voluto dal gerarca fascista Roberto Farinacci nella sua città natale a cui si contrappose volutamente negli stessi anni il “Premio Bergamo” patrocinato dallo stesso Bottai.
Non si discute l’indubbio merito della mostra di far riemergere dall’oblio della storia anche questa coda terminale dell’espressione artistica italiana di quel periodo ma piuttosto l’intento dei curatori di porlo alla stesso livello di qualità creativa del concorso di Bottai se non, addirittura, dell’intero movimento artistico italiano del periodo fascista. Cosa che a mio avviso non fu.

 

Premio Cremona, Frisia, Discorso della proclamazione

Premio Cremona, Frisia, Discorso della proclamazione

 Per capirne i motivi è necessario fare una digressione sui due patrocinatori.

Sebbene sia Farinacci che Bottai abbiano avuto come comune denominatore il fatto di essere fascisti della prima ora, entrambi uomini d’azione fondatori dello squadrismo delle proprie città, il primo a Cremona e il secondo a Roma, i caratteri dei due non poterono essere più distanti.
Mentre Farinacci incarnò il movimentismo fascista permanente anche durante gli anni del potere del regime, Bottai, una volta dismessi i panni del rivoluzionario, rappresentò in pieno l’uomo politico borghese con una visione amplissima sulle materie che gli furono affidate, in questo caso specifico l’educazione del popolo italiano e l’arte, diventandone sia un abile manipolatore ma anche, da intellettuale coltissimo quale fu, un uomo rispettoso della qualità creativa in se stessa a prescindere dall’allineamento ideologico dell’artista.
Mentre Bottai diventò un uomo politico di apparato dedicandosi a costruire la burocrazia del regime di stato, Farinacci continuò ad essere l’uomo della rivoluzione. Bottai trascorse il primo decennio in adorazione indiscussa del duce per poi, nel secondo decennio, venire a una posizione critica sempre più forte ma sempre nell’ambito di una elaborazione più interiore ed intellettuale che di azione, invece Farinacci tenne sempre una posizione di brutale indipendenza dal capo. Egli fu per Mussolini quello che Ernst Rohm, il fondatore delle truppe d’assalto naziste, le SA, fu per Hitler: un uomo d’azione affidabile per i momenti più incerti ma sempre pericoloso tanto che mentre il capo nazista riuscì a sbarazzarsi del suo amico di vecchia data in seguito a un sanguinoso regolamento di conti avvenuto nel corso di una notte, il Duce non riuscì mai ad eliminare il suo uomo forte un po’ perché ne ebbe sempre bisogno un po’ perché la spinta politica e militare di Farinacci fu sempre tale da mantenergli un’autonomia di azione, anche quando cadde per lunghi periodi in disgrazia. Ad esempio si è sempre pensato che dietro l’attentato a Mussolini di Bologna del 1926, di cui fu addossata repentinamente la responsabilità a quell’adolescente disgraziato di nome Anteo Zamboni che fu linciato sul posto, ci fosse lo stesso gerarca cremonese ma nonostante ciò nessuno gliene chiese conto, nemmeno in fase di indagine formale. Fu un uomo indomabile, violento, estremamente corrotto e, sebbene ricoprì pochissime cariche formali importanti, ebbe sempre un seguito politico non indifferente, soprattutto nella sua città, da cui pubblicava un giornale molto temuto, Il Regime fascista, da cui periodicamente partivano bordate sia verso oppositori politici ma anche verso gerarchi fascisti nemici causandone quasi sempre la caduta in disgrazia.
Mentre Bottai, come Ciano, fu sempre aspramente antitedesco, Farinacci, tra i gerarchi fascisti, fu il più entusiasticamente filo nazista soprattutto dopo che furono approvate le leggi razziali a cui, peraltro, aderì anche Bottai.
Mentre quest’ultimo con senso di disciplina e di responsabilità dava l’esempio ai propri camerati e alle truppe affrontando in prima linea tutte le guerre del fascismo rischiando per davvero la vita, per Farinacci, come per Starace, le guerre furono soprattutto un’occasione per compiere stragi di innocenti tanto da disgustare anche molti gerarchici di altissimo rango come Ciano, per commettere ruberie e passare il tempo in distrazioni lontano dalla prima linea. Perse una mano durante la guerra d’Etiopia mentre pescava con le bombe in un laghetto e tentò di far passare la ferita come causata da un’azione di guerra per averne i meriti militari e per poter usufruire della pensione di invalidità provocando la riprovazione irata del Duce, quando venne a saperlo, obbligandolo a versarla al fondo dei familiari delle vittime di guerra.
Non poteva esserci così tanta distanza tra le personalità dei due uomini, in aperto contrasto per tutti i venti anni del regime. E se l’opposizione di Farinacci non costò la vita a Bottai fu perché quest’ultimo aveva un tal controllo della macchina statale, e per lungo tempo la stima sincera di Mussolini, da renderlo intoccabile per tutti.
Ed è a questo punto che Farinacci, con l’approssimarsi della guerra nel 1939, decise di sfidare apertamente Bottai nel suo campo, quello della cultura, organizzando il Premio Cremona a cui Bottai rispose con il Premio Bergamo.
Ma il confronto non poteva essere più impietosamente impari. Mentre Bottai era già stato promotore per almeno dieci anni di esposizioni, concorsi, triennali, quadriennali, confronti culturali e pubblicazioni di altissimo livello qualitativo, un immane lavoro teso a dare la massima visibilità alla produzione artistica del paese sia per permettere al regime di servirsene ma anche per il gusto di elevare lo spirito culturale del paese arrivando ad assicurare agli artisti e agli uomini di cultura una impensabile seppur relativa autonomia di pensiero e quindi creativa, invece l’intento di Farinacci era di seguire ideologicamente la linea culturale tracciata da Hitler in Germania ovvero di negare la dignità di arte a quella che quest’ultimo in persona denominò “arte degenerata”, da Picasso in giù. L’arte ammessa era solo quella asservita all’idea di stato, un’arte retorica, stereotipata, priva di fantasia, apertamente funzionale alla propaganda del regime nazista.
Questo fu lo spirito del concorso di Cremona e i titoli che diedero il nome alle gare nei tre anni in cui si tennero sono esplicativi della minima dimensione intellettuale: 1939, “Ascoltando alla radio un discorso del Duce”; 1940, “La battaglia del grano”; 1941, “La Gioventù del Littorio”.
Premio Cremona

Premio Cremona

È chiaro sin dai titoli del concorso dove volesse andare a parare Farinacci, come l’arte fosse solo strumento di propaganda sulla scorta dell’esempio tedesco e poco importa che aderirono artisti di livello o che in giuria ci fossero dei critici d’arte di primo piano come Giulio Argan o che le esecuzioni degli artisti in gara, alla fine, fossero state di buon livello: lo schiacciamento dell’arte alla volontà propagandistica ad imitazione del metodo hitleriano, con la sua visione pedante e piccolo borghese, la rese un’arte “minore” e l’intento di snaturare l’impianto artistico impostato da Bottai in un decennio fu vano. I risultati sono evidenti e non lasciano dubbi sulla mediocrità delle tele esposte e non è un caso che siano cadute in un totale oblio per sette decenni e che delle 360 opere solo una sessantina siano sopravvissute. Le poche foto allegate sono sufficienti per rendere chiaro il concetto.
Termino ricordando che mentre Farinacci metteva in campo il suo concorso proprio nell’ultimo tenuto dal Premio Bergamo di Bottai, in piena guerra ormai perduta, il 1942, fu premiato vincitore il Cristo crocefisso di Guttuso, un’opera monumentale e rivoluzionaria che influenzerà l’arte nei decennio a venire bel oltre la fine del regime, totalmente fuori dai canoni della propaganda fascista e clericale. Bottai non solo la premiò ma la difese strenuamente contro la censura fascista che puntualmente arrivò e dal boicottaggio perpetuato dalla chiesa perché ritenuto blasfemo. Da lì a poco tutto precipitò, L’Italia cadde nel caos del 25 Luglio del ’43, Bottai per primo perse tutte le cariche e si diede alla macchia seguito da Farinacci due anni dopo. Si ricordi che mentre Bottai durante la riunione del Gran Consiglio del fascismo si rivoltò contro Mussolini votando la mozione Grandi che portò alla fine del suo governo, Farinacci, nonostante le sue insubordinazioni plateali, si oppose strenuamente a Grandi fu fedele al Duce fino alla fine.
Premio Bergamo, Guttuso, Crocifissione, 1942

Premio Bergamo, Guttuso, Crocifissione, 1942

Questo a dimostrazione del coraggio intellettuale dell’uomo Bottai che per l’arte non arretrò mai di un passo mentre nella vita politica le sue critiche nei confronti di Mussolini non furono altro che tiepidi bisbigli a bocca chiusa fino al tradimento finale e che, una volta caduto il regime, per sfuggire alle persecuzioni prima dei fascisti della Repubblica sociale e dei nazisti e, dopo il 25 aprile 1945, dei partigiani comunisti del Cln preferì arruolarsi nella Legione straniera ricomparendo in Italia solo all’inizio degli anni ‘50 per poi morire serenamente nel suo letto anni dopo mentre il suo antagonista meschino, violento e ladro, Farinacci, in piena coerenza con il suo temperamento affrontò sul campo i nuovi nemici, fu catturato nella bergamasca il 27 aprile del 1945 mentre tentava una fuga tardiva, fu condannato a morte dopo un processo sommario e, sebbene i partigiani volessero fucilarlo alle spalle, dopo aver rifiutato di farsi bendare lottò come un leone per girarsi frontalmente, ci provò una prima volta e il plotone di esecuzione si bloccò in tempo, ci riuscì la seconda voltandosi d’improvviso e mentre riceveva la scarica dei colpi morì guardando in faccia i fucilatori gridando “Viva l’Italia”.
Premio Cremona

Premio Cremona

PATRICE LUMUMBA, IL VERO COLONIALISMO E I SOGNI INFRANTI DI UN’AFRICA UNITA

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In tempi come questi in cui in Italia ci si disunisce sull’immigrazione dall’Africa e in cui da decenni la sinistra accusa l’intero paese, l’Europa tutta, il mondo occidentale e quindi anche se stessa di sfruttamento colonialista di quel continente viene d’istinto il desiderio di frugare nelle pieghe della memoria alla ricerca della storia di quell’uomo che davvero conobbe sulla propria pelle la ferocia del vero colonialismo intrecciato con quelle lotte di potere tribali che hanno nei secoli dilaniato l’Africa.
È la storia di Patrice Lumumba, di quell’uomo tanto visionario quanto spudoratamente coraggioso da sognare tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60 non solo l’indipendenza del suo paese, il Congo, e la fine del colonialismo ma anche un’impensabile unità panafricana che potesse restituire dignità politica e civile ad ogni uomo dell’intero continente.
Il problema di questo gigante d’uomo è che la sua figura, assieme alle sue azioni, è stata scippata da quella parte politica, la sinistra, che ne ha fatto un totem ideologico a proprio uso e consumo: tirandolo per la giacca dentro il sepolcro dei martiri del popolo ne ha negato tutta la sua umanità, lo ha privato della sua forza come dei suoi difetti. Ne ha fatto una statua immobile, una icona per i propri fedeli, una immagine muta buona solo per essere adorata, da usare come clava contro l’intero mondo occidentale, di tutti i tempi e per sempre.
Ho impiegato del tempo prima di trovare il bandolo della matassa: I brandelli della sua storia, della sua grande e importante storia, rimanevano tutti assieme buttati lì ai piedi della sua statua, offuscati dalla retorica della grancassa ideologica che fastidiosamente tutto continuava a sovrastare ma poi mi sono imbattuto in alcune foto e allora i tasselli sono andati al loro posto come d’incanto restituendo a lui, solo a lui, tutta la potenza imperfetta del suo sogno fragile e visionario.
La storia di Lumumba è complessa così come lo è la storia dei paesi dell’Africa centrale, paesi ricchissimi di materie prime e per questo tormentati dall’avidità di tutti, a partire da quella dei propri abitanti.
Sono fatti noti quindi, come sempre, ho cercato solo alcuni aneddoti, quelli che riconducono i freddi accadimenti della storia in azioni pulsanti degli uomini.
All’inizio del 1960 il trentacinquenne Lumumba, appena tornato da mesi di carcere, riuscì ad imporre al Belgio l’indipendenza del Congo facendo leva sulla paura di una rivolta sanguinosa al pari di quella dell’Algeria con i francesi. Una volta eletto presidente con elezioni democratiche, le uniche elezioni mai tenute in quel paese fino ad oggi, durante la visita re belga Baldovino a Leopoldville, l’attuale Kinshasa, davanti a lui e dopo che questi ebbe fatto il suo discorso in cui elogiava il nonno, il re Leopoldo II, ebbe il coraggio di pronunciare queste parole: «Da questo momento noi non saremo più le vostre scimmie».
In quel discorso disse anche che avrebbe perseguito come obiettivo non solo l’indipendenza sostanziale del suo paese ma anche quella dell’intera Africa che si sarebbe dovuta federare per tutelare gli interessi dei suoi popoli. Disse questo davanti al re belga e a tutte le autorità locali e occidentali presenti in quel luogo. Così decretando la propria condanna a morte.
I mesi che seguirono quel discorso del 1960 videro il suolo del Congo calpestato da tutti gli eserciti possibili, da quelli messi in campo direttamente dal Belgio a quelli dei francesi, dai consulenti militari americani a quelli sovietici e cubani chiamati da Lumumba in persona così commettendo un gravissimo errore strategico che convinse una volta per tutte gli occidentali della necessità di toglierlo di mezzo.
I belgi si inventarono l’indipendenza di una regione vastissima del Congo, il Katanga, al solo scopo di mettere in difficoltà Lumumba, per costringerlo a fronteggiare una scissione interna imprevista. Una rivolta che fu comandata dai belgi ma che fu condotta da coloro che fino a pochi mesi prima erano stati i suoi uomini di maggior fiducia, Thsombè e Mobutu. Fu una guerra di congolesi, di tribù contro altre tribù, a rendere fragile Lumumba, senza questa divisione esiziale i belgi, gli occidentali, i sovietici non sarebbero potuti arrivare da nessuna parte. Questo non dovrebbe venire mai dimenticato.
Il 1° Dicembre del 1960 Lumumba si trovava in fuga dalle truppe di Mobutu, quello che era stato il suo segretario particolare, a poca distanza da una città a lui fedele, Gizenga, che gli avrebbe garantito l’incolumità ma si attardò presso alcuni villaggi trattenuto dall’affetto della popolazione che non voleva lasciarlo andare e questa esitazione gli fu fatale: fu preso mentre attraversava il fiume Sankuru così perdendo per sempre la libertà.
E le foto in cui mi sono imbattuto ritraggono esattamente questo momento, quello del suo arresto. Non è ritratto più il fiero politico conscio dell’opera immane che aveva appena compiuto né quello delle immagini istituzionali con il tipico cappello africano ma l’uomo smarrito dallo sguardo perso, certo di essere finito tra le fauci di una fiera che non avrebbe avuto compassione. Quella sua polo chiara e leggera a maniche corte che contrasta con il freddo del Dicembre europeo perché nel Congo il clima è tropicale ed equatoriale tutto l’anno, i soldati neri come lui che lo tengono strettamente legato e schernito e all’orizzonte e fuori da quel mezzo di trasporto che sembra proprio la barca in cui fu arrestato scorci di quell’Africa meravigliosa che tutti coloro che l’hanno conosciuta non possono non riconoscere, anche a distanza di 60 anni.
In quell’esatto istante, con la collaborazione di tutti, dai belgi ai francesi, dagli americani ai sovietici e ai cubani e con l’insostituibile contributo dei congolesi morí il sogno dell’Africa unita. E cambiò anche il corso della storia dell’Europa che sarebbe venuta 60 anni dopo.
Il 1° Dicembre del 1960 muore una volta per sempre la dignità degli africani ammazzata da tutti, a partire da loro stessi.
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Il Belgio non ebbe pietà. Questo insignificante e grigio paese europeo che sta tra l’Olanda e la Francia, schernito persino da Baudelaire, non fu da meno della peggior Germania nazista e si dimostrò implacabile: il pomeriggio del 17 Gennaio 1961 un reparto delle truppe congolesi del Katanga al comando diretto di un ufficiale belga, Gerard Soete, mandato appositamente dal governo di Bruxelles e alla presenza di uno dei capi della rivolta, Thsombè, che non volle perdersi lo spettacolo, condusse Lumumba e altri due suoi stretti collaboratori in un luogo in mezzo alla savana ove furono prima brutalmente torturati poi fucilati davanti alla propria fossa. Il presidente del Congo venne tenuto per ultimo e dovette assistere all’agonia dei suoi collaboratori. Lo stesso ufficiale belga con i soldati congolesi appresso ritornò la sera stessa sulla sua tomba, lo fece disseppellire e lo fece smembrare in 32 pezzi per poi scioglierlo personalmente nell’acido affinchè non rimanesse nulla di lui trattenendo per sé due denti d’oro che gli fece cavare dalla bocca e un dito che conservò in una scatola nella sua casa di Bruxelles prima di decidersi dopo decenni di buttare quegli orrendi trofei nel Mare del Nord.
Venne deciso di smembrare simbolicamente il suo corpo in 32 pezzi perché il prefisso telefonico internazionale del Belgio era (e lo è ancora) 0032.
Questo fu il valore e il rispetto che venne dato dal Belgio al primo e unico (fino ad ora) presidente legittimamente eletto del Congo. Che rimanesse ben chiara la firma di quello scempio.
La strage continuò nei mesi successivi: tutti i collaboratori più stretti di Lumumba, parenti compresi, furono uccisi e al termine della carneficina gli occidentali chiusero il sogno di indipendenza del Katanga spedendo Thsombè in galera in Algeria in cui vi rimase fino al 1969, anno in cui morì per infarto. Mobutu, primo traditore di Lumumba, nel 1965 fu premiato con la presidenza del Congo senza passare da elezioni, ruolo che ricoprì per quasi 30 anni fino a quando non venne a sua volta rovesciato nel 1992.
Questa è la storia di Patrice Lumumba, uomo visionario di tempra eccezionale dai molti errori compiuti, vittima di un colonialismo feroce che a distanza di 60 anni non c’è più e che chi ancora lo nomina accostandolo ai tempi moderni dovrebbe solo arrossire di pudore per aver azzardato paragoni che offedono la memoria di uomini che davvero morirono sotto il maglio ripugnante di quello che fu il vero colonialismo europeo e di cui non resta più nulla.
Rimangono fisse nella mia memoria le immagini di quell’uomo appena arrestato, con lo sguardo sconfitto e perso nel vuoto, demoralizzato forse più per il sogno infranto dell’Africa unita che per la propria vita che sapeva ormai perduta.
Allo spirito di quell’uomo verrebbe voglia di sussurrare che il modo fiero con cui ha lottato contro forze davvero impari rispetto alle sue inseguendo un sogno dal valore inestimabile ne fanno uno degli uomini più coraggiosi e visionari di tutta la storia dell’era moderna. Sì, proprio lui, appena arresosi in quella barca in mezzo ad un fiume della sua meravigliosa Africa in un tiepido giorno di Dicembre di 57 anni fa.
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16-17 LUGLIO 1942, IL RASTRELLAMENTO DEL VELODROMO DI PARIGI

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Esattamente 76 anni fa, tra il 16 e il 17 Luglio, vennero rastrellati più di 13 mila ebrei al Velodromo di Parigi per poi venire tutti deportati ad Auschwitz ove tutti vi morirono.
Sebbene i fatti siano noti credo che, come sempre, in casi simili la portata criminale di ciò che accadde possa venire rivelato dai particolari.
A differenza della retata di Roma che avvenne per opera dei nazisti quella di Parigi, sebbene sempre diretta dei tedeschi, fu concretamente eseguita dai francesi, tutti gli arresti avvennero per mano della polizia francese. Furono loro ad arrestare e a deportare gli ebrei parigini.
Per una della tante inspiegabili pieghe della burocrazia tedesca dovevano venire rastrellati esclusivamente gli ebrei maggiorenni ma fu il governo francese, per mano del suo capo Laval, ad ordinare anche l’arresto e la consegna dei minori ebrei compreso gli infanti, più di 4000 bambini, quasi un terzo del totale. Gli stessi tedeschi rimasero sorpresi di tanto zelo così da trovarsi impreparati nell’organizzare logisticamente la detenzione dei minori. Venne riferito a Laval per tentare di convincerlo a desistere ma la sua risposta fu implacabile, disse che stava facendo profilassi della societá francese. Molti di essi erano giá stati separati dalle famiglie ma in seguito a questa decisione furono consegnati al campo di concentramento di Drancy che assieme al Velodromo funzionava da punto di raccolta. Per giorni furono abbandonati a loro stessi, senza alcun tipo di assistenza e di conforto e furono in massa deportati ad Auschwitz e immediatamente uccisi nelle camere a gas. Tutti. Letteralmente ingoiati dal moloch nazista per opera della zelante burocrazia francese.
Come in Italia anche in Francia fu possibile arrestare tutti perché in precedenza il governo procedette a un capillare censimento degli ebrei. Quelle liste furono prontamente consegnate alle SS in entrambi i paesi, anche il nostro. Nessuno poté sfuggire.
Le condizioni di vita al Velodromo, per cinque lunghissimi giorni, furono al di lá di ogni immaginabile orrore. Non venne distribuito cibo, niente acqua, niente servizi igienici adeguati, giusto un punto di assistenza della Croce Rossa. Tutti assiepati sugli spalti e sulla pista dello stadio in attesa di venir deportati. Chi protestava o tentava la fuga veniva fucilato sul posto davanti a tutti.
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La Francia ammise la propria responsabilitá solo a partire dalla presidenza Mitterand ovvero dagli anni ‘80 mentre prima, sin dal primo dopoguerra con De Gaulle, il paese respinse pervicacemente ogni colpa addossandola ai soli tedeschi. Lo stesso Velodromo fu abbattuto subito dopo la fine della guerra così da rimuoverlo dalla coscienza collettiva.
Nel dopoguerra Laval per questo crimine, e per altro, fu impiccato assieme a pochi altri responsabili. Le condanne furono limitate a poche persone a fronte di un impegno attivo di centinaia di uomini. Per dire, uno dei due ufficiali delle SS incaricato di dirigere le operazioni pagò con pochi anni di carcere.
Non fu mai fatta vera giustizia per questo crimine indicibile durante il quale, in questa notte nera di 76 anni fa, 13 mila ebrei furono costretti a vivere ore di sofferenza e di angoscia, privati di ogni dignità ancor prima della vita per mano di un popolo, quello francese, che d’incanto dimenticò le regole nobili che si era dato 150 anni prima e che sempre d’incanto arrivò a rimuovere spudoratamente le sue colpe appena tre anni dopo, per almeno quarant’anni.
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I VERI NUMERI DELL’IMMIGRAZIONE

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Come sempre alla fine sono i numeri a stabilire il vero stato delle cose e siccome gira da giorni questo schema per mano delle anime belle per dimostrare che l’Italia sta in fondo alla lista dei paesi dell’accoglienza con 2,4 migranti x 1000 cittadini contro la prima che è la Svezia con 23,4 migranti x 1000 cittadini è bene fare alcune brevi precisazioni che danno una prospettiva completamente differente:

1) Questo schema si riferisce esclusivamente ai migranti che sono stati dichiarati rifugiati e non danno in nessun modo la reale dimensione dei flussi migratori visto che i rifugiati sono una parte minima del numero complessivo di questi.

Ad ogni modo visto che il peso numerico dei due paesi è molto diverso se è vero che la Svezia ha 230 mila rifugiati (che comunque stanno creando enormi, incontrollabili problemi di integrazione) il nostro, con il 2,4×1000, ha ben 147 mila rifugiati, non esattamente 4 gatti in croce.

2) Invece tenendo conto anche dei migranti che NON sono stati accettati come rifugiati quindi classificati a tutti gli effetti clandestini fuorilegge:

a) in Svezia se ne contano 50 mila pari allo 0,5% della popolazioni complessiva.

b) in Francia sono dai 200 ai 400 mila pari al 0,3%-0,6% della popolazione complessiva.

b) in Italia sono 600 mila pari all’1% della popolazione complessiva. Più di mezzo milione di clandestini fuorilegge che vaga incontrollata per le strade del nostro paese. Una follia, una vera bomba sociale.

Quindi lo sforzo del nostro paese è doppio se non quadruplo rispetto al primo paese della lista, la Svezia, e anche rispetto alla Francia, tanto brava a farci la morale.

3) Gli immigrati accolti in Germania nel 2015 con la famosa apertura della Merkel (poi pentita) erano tutti siriani con un’altissima scolarizzazione e quindi facilmente integrabili mentre gli immigrati in Italia provenienti dall’Africa hanno una scolarizzazione bassissima oltre a provenire da culture sociali violentissime come la Nigeria.

4) nei primi 5 posti per numero di immigrati nel 2016 in Italia ci sono le seguenti nazionalità:
Nigeria, Pakistan, Gambia, Mali, Senegal.
Solo il Mali vive una realtà di guerra mentre nessuna delle altre quattro vive situazioni nemmeno configurabili come guerra, nemmeno la Nigeria nel cui paese Boko Haram è stato pressochè distrutto.

Sulla Nigeria aggiungerei che l’intera guerra di 18 anni contro Boko Haram ha provocato 50 mila morti su una popolazione di 190 milioni mentre la guerra contro i narcos in Messico in 9 anni ha provocato 80 mila morti. Il Messico non è un paese in stato di guerra e di conseguenza non lo è nemmeno la Nigeria.
Infine, sempre per quanto riguarda la Nigeria, visto che è il primo paese in termini di immigrazione da noi, è previsto che la sua popolazione in Africa raddoppierà entro il 2050, ciò significa che diventeranno 360 milioni.
Vorrei chiedere alle teste bacate delle anime belle se
pensano che possano starci tutti in Italia.

Termino su questo paese dicendo che è ricchissimo di materie prime e di petrolio, il bonnie light, una delle qualità migliori al mondo ed ha un Pil procapite passato da 171 dollari del 1994 ai 3200 del 2014. Ergo non è un più paese miserabile ma in piena espansione economica.
Ps: 3200 dollari all’anno significa 266 dollari al mese, poco meno di una pensione sociale di un povero pensionato italiano disgraziato in Italia.

Niente quindi giustifica che i nigeriani stiano in Italia: sono semplicemente clandestini fuorilegge. Idem Pakistan, Gambia, Senegal.

Per concludere, questi numeri dimostrano che il problema della sinistra è che ha un’idea obsoleta dell’Africa come di un continente miserabile così come ci appariva negli anni ’70-’80 pensando esclusivamente all’Eritrea o alla Somalia o al Sudan.

Se ci sono zone ancora miserabili comunque l’Africa non è più quella: quell’immagine è del tutto falsa così come è falsa l’idea che il nostro paese stia in coda nello sforzo gestionale dell’immigrazione: non è vero, siamo i primi, ci prendiamo gli immigrati meno scolarizzati, più difficili da gestire e in numero superiore a tutti. E tutto questo in un paese in profonda crisi economica dal momento che non siamo in pieno surplus di avanzo commerciale come la Germania.

È ora di dire basta a tutto questo a partire dalla retorica propagandistica, stracciona e falsa delle anime belle, così come è fuorviante questo schemino pietoso.

IL SIGNIFICATO DELL’ARTE CONTEMPORANEA: I TAGLI DI FONTANA

fontana
 
Sebbene abbia sempre seguito con interesse l’arte contemporanea ho comunque costantemente mantenuto nei suoi confronti una posizione guardinga perchè quando l’espressione concettuale è preminente sulle basilari abilità manuali dell’artista come, ad esempio, il disegno per la pittura mi rimane sempre un po’ il dubbio che egli stia perculando il pubblico.
 
Sarò sicuramente un inguaribile conservatore ma dietro a tante concettualizzazioni da cui derivano produzioni astruse non riesco a vedere altro che una indubbia originalità materica e di idea ma che temo sia funzionale a mascherare una mediocre abilità dei fondamenti dell’arte. O quanto meno che abbia alla base una semplicità sapientemente occultata dall’artista che me lo immagino ridere di gusto alle spalle delle elucubrazioni di tutti.
 
Vale per tanti artisti mediocri o mediamente noti ma anche per quelli famosi come, ad esempio, per Damien Hirst, per Catellan, per Ai Weiwei e pure per mostri sacri indiscutibili come Lucio Fontana il quale non solo è uno degli artisti più famosi al mondo le cui opere d’arte sono quotate decine di milioni di dollari ma soprattutto, con i suoi Tagli di tela, fu considerato un innovatore, colui che per primo ruppe la barriera tra la scultura e la pittura creando una nuova arte, fondatore e creatore di un vero e proprio nuovo linguaggio dell’arte.
Si contano decine di interpretazioni delle sue ambitissime opere d’arte tanto da essere stato da esempio e precursore di molti artisti.
 
Ecco, non nego che all’osservazione diretta dei suoi tagli, pur tenendo ben presente la potenza dell’elaborazione concettuale, intellettuale di cui sopra non mi ha mai abbandonato quel dubbio persistente di presa in giro. Questa perplessità mi è sempre valsa la patente, probabilmente meritata, di inguaribile provinciale.
 
Però proprio ora leggo una dichiarazione rilasciata da un critico d’arte, Giancarlo Politi, amico carissimo di Fontana, nella quale rivela al mondo come l’artista abbia ideato i suoi tagli, come abbia avuto luogo questa rivoluzione dopo la quale nulla fu più come prima nell’arte.
 
Queste sono le sue parole:
“… chiesi a Lucio da dove era nata l’idea del taglio nelle sue opere. Un gesto su cui erano stati scritti libri sacri che richiamavano la fisica quantistica, il buco nero o la terza dimensione.
La sua risposta? Ve lo giuro, perché rimasi di stucco. “L’idea mi è venuta dalla ‘figa’ di V”.
 
V. era la fidanzata dell’amico comune, l’artista Piero Manzoni, nonchè musa ispiratrice (chissà come) anche di Fontana.
 
Ecco, leggere che una vera e propria rivoluzione nell’arte contemporanea sia sorta dalla sana visione di niente altro che di una “figa” non solo mi ripaga degli innumerevoli rimbrotti che nei decenni mi sono beccato ma mi rincuora assai, alla faccia delle interminabili elucubrazioni concettuali di intellettuali che sopra a quella “figa” (parole d’artista) ci hanno costruito un mondo di idee.
Quindi viva, sempre viva a lei, fonte di vita e di ispirazione irripetibile per gli uomini nei secoli!

IN MEMORIA DI UN UOMO CHE SEPPE AMARE LE DONNE

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Il 4 Giugno del 1798, esattamente duecentoventi anni fa, alla fine di un malinconico tramonto, incompreso e deriso da una servitù ignorante colla quale era obbligato a convivere moriva nel Castello di Dux, in Boemia, un bibliotecario di 73 anni preso a servizio del conte di Waldstein per potergli garantire una vecchiaia dignitosa e che invece, suo malgrado, si trasformò in una penosa prigionia dello spirito.
Quest’uomo, illustre italiano, si chiamava Giacomo Casanova.
 
Non mi preme tanto ripercorrere la sua vita che fu avventurosa e magnifica fino alla maturità, testimone diretto di eventi epocali, frequentatore di imperatori e regine, di letterati e musicisti, unico uomo nella storia capace di evadere dai Piombi di Venezia, evento poi riportato da lui stesso in un racconto avvincente, ma piuttosto di ricordare la forza meravigliosa dei suoi scritti attraverso i quali tramandò nel tempo un sentimento profondo e raro: l’amore disinteressato e appassionato per le donne. Amore che per quanto fugace e volubile fu sempre unico per ciascuna di loro come poche volte si mai è potuto leggere in letteratura.
 
A differenza di quel che si crede, lui che divenne l’esempio più potente del libertinismo seriale, fu l’esatto contrario: la sua ricerca dell’amore delle donne fu esaltazione della vita, della positività e della passione e sempre nel rispetto della loro piena volontà: furono loro a scegliere lui e non il contrario. A differenza di tanti esempi letterari del suo secolo che, invece, rappresentarono l’amore nella sua declinazione distruttiva ed il libertinismo non fu altro che l’ennesimo strumento dell’uomo per compiere la sottomissione della donna, sottomissione nei sentimenti ma anche sociale.
 
Penso al pur bellissimo “Le relazioni pericolose” di Choderlos de Laclos in cui la donna amata dal libertino viene sopraffatta dalle sue strategie fino a morirne di dolore e la donna sua complice viene punita socialmente con la perdita della reputazione.
O ai racconti erotici di Restif de la Bretonne in cui l’erotismo spinto nella più cupa pornografia deprivano i personaggi di umanità accompagnandoli costantemente da una incessante sensazione distruttiva e di morte quasi al pari dei racconti sadomasochisti di De Sade.
O al principe della negazione dell’amore, quel Don Giovanni che fu inventato probabilmente in un convento agli albori del rinascimento ma che ricevette il suo massimo splendore nichilista con l’ineguagliabile messa in scena di Mozart con l’aiuto delle parole del suo socio Lorenzo Da Ponte. Un Don Giovanni senza freni assetato del corpo delle donne incontrate nel suo girovagare casuale come sua scelta ponderata per togliere loro qualsiasi dignità e calpestare per sempre qualsiasi residuo dell’idea dell’amore.
 
Ecco, a differenza di tutti questi esempi letterari Casanova fece sempre risplendere tutte le donne a cui si andava accostando perché, in fondo, lui diventava il loro vero servitore per poi così poterne ottenere, ricambiato, corpo e anima in una gratitudine eterna di sensi e di appagamento. In questo fu un anticipatore di secoli sui suoi tempi in un gioco che fu di vita vera e non di finzione letteraria dal momento che la sua autobiografia “Memorie scritte da me medesimo” racconta storie di sua vita vissuta. E qui concludo sottolineando la sua bravura di scrittore per lo più da due secoli ignorata, anche per motivi di censura e, fino a pochi decenni fa, di colpevole mancata traduzione dal francese della sua opera integrale. La sua meravigliosa prosa così scorrevole, luminosa, piena di passione avvince tutti coloro che ritrovano la potenza invincibile, senza tempo degli amorosi sensi nelle parole di quell’anziano bibliotecario che in questa giornata se ne andò malinconicamente in quell’oscuro castello della Cekia, più di due secoli fa.